
L’illusione della semplicità: la Legge Quadro
Con la legge 141/20151 l’Italia si è dotata, finalmente, di una cornice nazionale per l’agricoltura sociale. A livello nazionale, il sistema sembra semplice: quattro macro-categorie di attività (inserimento socio lavorativo, servizi per le comunità locali, servizi a supporto delle terapie, progetti educativi), un impianto tutto sommato chiaro, l’ambizione di dare un quadro unitario. Tutto bene, in teoria. Il problema inizia quando si prova a passare dalla cornice formale alla realtà.
Il numero della complessità: 2.625 varianti
Non esiste ‘una’ agricoltura sociale. Esistono almeno 2.625 varianti operative — e il numero non è casuale.
È il risultato di un incrocio: (almeno) 25 tipologie di attività possibili (dalla co-terapia con gli animali all’agri-asilo), (almeno) 13 target di utenza diversi, 21 sistemi regionali / provinciali con ampia discrezionalità attuativa. Non è tanto una sfida tecnica. È una complessità strutturale. Un’impresa agricola che fa inserimento lavorativo per ex-detenuti in Puglia opera in un universo normativo e relazionale completamente diverso da un agri-nido in Trentino.
Il divario tra normativa e operatività
La legge nazionale definisce ‘cosa’ è l’agricoltura sociale, ma non ‘come’ si fa. Parte di questo compito è lasciato alle Regioni. Il risultato è che ogni territorio ha costruito il proprio sistema, quando lo ha costruito. Il vero nodo non è normativo, è operativo: chi fa cosa, con chi, secondo quali regole, con quali risorse?
Una mappa per orientarsi
Per orientarsi in questo labirinto, di seguito una mappa operativa: chi sono i beneficiari, quali attività li riguardano, quali attori istituzionali devono essere coinvolti e su cosa dovrebbe concentrarsi un protocollo efficace per ciascun cluster di servizi. È uno strumento che nella costruzione è stato di aiuto in primis a me – penso possa essere utile per chiunque lavori sul campo e abbia bisogno di capire dove si colloca e con chi confrontarsi.
La moltiplicazione delle dimensioni
Nota sulle varianti: Il calcolo tiene conto della compatibilità logica tra tipologie di attività e profilo dei beneficiari (es. esclusione di minori e anziani dai percorsi di inserimento lavorativo).
Nota sulla complessità: Questa analisi evidenzia il divario tra il quadro normativo nazionale (Legge 141/2015, basata su 4 macro-categorie) e la sua attuazione territoriale, sottolineando una complessità di natura strutturale e non meramente tecnica.
Il ruolo dei Protocolli: I protocolli operativi rappresentano lo strumento per l'attuazione dei percorsi di agricoltura sociale a livello locale, garantendo la regia tra attori agricoli, sanitari e sociali.
1 Target e beneficiari
* EDA = area emarginazione e disagio adulti
2 Attività, protocolli e attori istituzionali
Le conseguenze per gli operatori
Tutta questa complessità ha un costo concreto. L’agricoltore non può diventare esperto di normative sanitarie, sociali e regionali insieme. L’operatore sociale non conosce i vincoli della PAC. Il funzionario comunale non sa leggere un piano aziendale agricolo. Ognuno parla una lingua diversa, e nessuna legge quadro insegna a tradurre.
L’agricoltura sociale funziona dove qualcuno – una persona, una rete, un ente – si è fatto carico di tenere insieme i pezzi. Ma temo non possa essere questa la condizione strutturale di un comparto che vuole crescere.
- Legge 141/2015 “Disposizioni in materia di agricoltura sociale” (G.U. n. 208 del 08-09-2015), entrata in vigore il 23 settembre 2015. ↩︎
Per conoscere la diffusione dell’agricoltura sociale sul territorio italiano, consulta la mappa comunale delle 904 fattorie sociali (Censimento Istat 2020). Un’analisi dello stato dell’arte normativo e degli ostacoli allo sviluppo del settore è disponibile nell’articolo Agricoltura sociale in Italia: stato dell’arte, normativa e ostacoli allo sviluppo.
