Un articolo di Henri Grolleau (Segretario Generale Tourisme en Espace Rural, Francia), pubblicato su Cahier Espaces n°48 nell’ottobre 1996. A distanza di vent’anni possiamo constatare la sua grande attualità: sembra scritto oggi.

Sebbene, per convenienza statistica, si sia arrivati progressivamente a definire il turista come “un numero di notti”, il concetto di turismo rimane strettamente collegato a quello dello spostamento, del viaggio, del cambiamento di luogo e di ambiente.
Dai viaggiatori dell’Antichità fino a quelli delle “ferie di agosto”, passando attraverso commercianti, artisti, pazienti di cure termali, esploratori e aristocratici in cerca di esotismo, il turista è, generalmente, uno “scopritore”, una persona che contempla luoghi, paesaggi e monumenti, un curioso delle culture, degli stili di vita e delle abitudini che gli sono stranieri. Egli è, come tale, consumatore di spazi, di orizzonti, di cieli, di attività, di ritmi… diversi da quelli che caratterizzano la sua quotidianità.
Così, tutte le particolarità diventano, per il turista, oggetto di interesse o di desiderio: caratteri architettonici degli edifici, materiali utilizzati, strutture abitative, mobili, articoli per la casa, cucina, strumenti musicali, canti e balli, feste e giochi, costumi, dialetti e accenti, razze animali e piante specifiche…
Il turista, un rivelatore dell’identità locale
Va notato che, per molto tempo, le popolazioni ospitanti non hanno avuto che poca, o marginalmente, consapevolezza dell’interesse che il patrimonio locale poteva costituire. A vivere tra le cose, non se ne percepisce più l’originalità.
“Consumatore” di questa “tipicità” locale, il turista ne diviene spontaneamente il rivelatore, tanto è vero che non vi è migliore specchio culturale che uno sguardo estraneo. E’ spesso, infatti, a partire dalle reazioni dei turisti che i nativi acquisiscono consapevolezza di ciò che sono e ciò che hanno e si rendono conto che il quotidiano può diventare l’esotismo degli altri.
La tentazione della banalizzazione
E’ ancora necessario che questi oggetti di interesse vengano messi a disposizione perché siano visti, offerti, o condivisi. Ma il turismo di massa (in particolare i viaggi di piacere) può comportare, allo stesso tempo, insieme a benefici economici e sociali significativi, due conseguenze:
– fastidi o vincoli pregiudizievoli per la conservazione di questo patrimonio fragile;
– un numero crescente di turisti, la cui formazione o personalità rende più o meno in grado di accedere direttamente a queste ricchezze estranee, di entrare nell’intimità delle culture locali, per condividere delle pratiche differenti.
Il turista oscilla incessantemente tra il desiderio ed il bisogno: desiderio di cambiamento e bisogno di sicurezza. Infatti, egli resta vincolato ai suoi riferimenti culturali, limitato dalla sua capacità di fare o capire, prigioniero dei suoi propri usi, attaccato alle sue abitudini private. Pertanto, lo sviluppo del turismo richiede da parte dei suoi attori e tecnici un’analisi dettagliata delle potenzialità locali, della loro conservazione, valorizzazione e gestione con modalità coerenti con le aspirazioni dei visitatori francesi e stranieri. Queste componenti della tradizione locale possono e devono essere centrali nell’animazione.
La tentazione è forte, con il pretesto di soddisfare le aspettative di una clientela ritenuta dominante, in numero o in forza economica, di offrire un prodotto perfetto nella sua forma e composizione, che porta a cancellare le specificità locali. Il rischio, quindi, è quello di arrivare, per passaggi successivi ad una banalizzazione dell’offerta, una superficialità dell’accoglienza, alla perdita dei contenuti culturali.
Se tutti i paesi e tutte le regioni proponessero la stessa cosa alla stessa maniera con il pretesto di soddisfare gli stessi clienti, cosa resterebbe dell’identità dei territori e degli essere umani che vi vivono e quale interesse avrebbe viaggiare? Possiamo ridurre la scoperta ai soli paesaggi e monumenti?
Se alcuni servizi turistici, destinati ad una clientela d’affari o a sola vocazione utilitaristica (aree di sosta autostradali, hotel congressuali, fast food, stazioni di sport invernali o balneari …) sono legittime e sono giustificate dal loro stesso oggetto, sarebbe un errore copiarne i principi in un’offerta turistica rurale che trova, essa stessa, la sua legittimità nel territorio in cui si è sviluppata.
Un’accoglienza ed un’animazione che si basano sull’identità locale
Il successo delle aziende agrituristiche che fanno leva sul riterritorializzare la ristorazione con particolare attenzione all’ambiente, l’arredo, la natura del cibo offerto, è significativo dell’aspettativa dei clienti oggi. Allo stesso modo i piccoli alberghi o i cottage, a condizione che vi sia corrispondenza tra lo scenario e la personalizzazione dell’accoglienza.
Gli esempi di queste valorizzazioni territoriali, che costituiscono la ricchezza e uno dei motivi del successo crescente dell’offerta turistica rurale, sono molteplici.
Qui ci sono le specie animali e vegetali che fungono da base all’animazione rurale: recupero delle discese alpine, valorizzazione gastronomica e turistica delle antiche specie vegetali. Là ci sono gli antichi mestieri o le antiche pratiche tradizionali che sono promosse attraverso strade tematiche, gli ecomusei, gli stages, le visite presso i laboratori artigianali. Altrove ci sono i giochi locali che sono proposti nei retro-bottega dei bar o nelle piazze del villaggio.
In ogni caso, l’essere umano e la sua attività sono al centro del messaggio trasmesso e sono gli essere umani che portano questo messaggio. Le chiavi della riuscita stanno dunque nella capacità degli esseri umani di trasmettere questo messaggio, nel sedurre e soddisfare il “cliente”, nel rendergli accessibile ciò che è difficile, nel fargli condividere delle emozioni.
Non è sufficiente mostrare le cose, è necessario farle vivere e permettere al turista di viverle. E’ così che l’animazione diventa condivisione.
Questa ospitalità rurale, questa “arte di rendere l’ordinario straordinario”, per molto tempo esercitata spontaneamente da diverse componenti della popolazione, acquisisce ormai un valore commerciale e un carattere quasi contrattuale. Nonostante tutto, essa non deve assolutamente perdere in naturalità.
E’ in questa logica che si realizzano la formazione all’accoglienza, la sensibilizzazione al territorio e si delineano le nuove professioni delle guide turistiche.
La personalizzazione dell’accoglienza non consiste semplicemente nel tener conto della personalità del visitatore, ma anche e soprattutto nel valorizzare la personalità di colui che accoglie, nel far risaltare ciò che lo distingue dal suo visitatore ma anche la sua volontà e la sua capacità di condividere la sua differenza.

… merci monsieur Grolleau! Grazie Angela. Non credo da allora si sia scritto niente di piu corretto chiaro completo e attuale. Un manifesto!. Lettura vivamente consigliata… per gli addetti ai lavori quasi un dovere!
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